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IL VERO CUORE DELLA CITTA'
I grandi viaggiatori d’un tempo facevano spesso
tappa a Brescia, nel classico viaggio da Milano a Venezia, oppure
giungevano sul Garda, scendendo in carrozza dal Brennero. Nelle lettere ad amici e
conoscenti, nei resoconti di viaggio, si limitavano però a pochi accenni.
Di Brescia raccontavano di aver visitato alcune chiese, soprattutto la
rotonda romanica del Duomo Vecchio, San Francesco, San Giovanni, di aver
ammirato il poderoso Castello, la veneta piazza della Loggia, di aver
goduto del passeggio lungo i portici. Sui laghi, a parte il soggiorno in
qualche villa e cenacolo artistico della Franciacorta, del Garda
ricordavano l’incanto di Sirmione e delle grotte di Catullo, la bellezza
raccolta di Salò, il lungolago di Desenzano con il suo minuscolo
porticciolo.
La Brescia che stupisce i viaggiatori
d’oggi è certo quella romana e longobarda, che si affaccia
sull’antico decumano di via Musei. Qui sta il cuore della città, un
cuore che non ha mai smesso di battere nonostante tanti anni di incuria e
di abbandono. La parte romana è incredibile, ricca e spettacolare, con un
foro e un teatro, un grande tempio dedicato all’imperatore Vespasiano. A
due passi c’è Santa Giulia, il monastero longobardo in cui muore
Ermengarda, sposa ripudiata da Carlo Magno. Il gioiello di re Desiderio e
del suo popolo è ora il Museo della Città, uno dei più affascinanti
d’Europa. Qui, in una stratificazione secolare di stili e testimonianze,
davanti agli occhi scorre la storia d’Italia coi suoi sogni e le sue
ansie. A Brescia altri musei sono di notevole
interesse, dalla Pinacoteca Tosio Martinengo (Moretto, Raffaello, Romanino
e tutti i raffinati interpreti dell’arte lombardo-veneta in una
irripetibile antologia) al Museo del Risorgimento (Brescia è la Leonessa
d’Italia, che per ben Dieci Giornate tien testa da sola all’esercito
austriaco, e Garibaldi qui recluta molte delle sue Camicie Rosse), dal
Museo delle Armi (la Fondazione Marzoli è unica al mondo e le armi
bresciane sono da sempre di livello assoluto) al restaurato Castello,
l’imprendibile Falcone d’Italia.
Ma anche in provincia si può
piacevolmente perdere la testa.
Sul lago d'Iseo un itinerario
naturalistico porta all’oasi verde delle Torbiere e alla scoperta di
Montisola, l’isola lacustre più grande d’Europa, sul Garda si può
provare l’incanto del Vittoriale di D’Annunzio o rivivere le emozioni
dei luoghi risorgimentali, sulle colline di San Martino e Solferino. Senza
trascurare, nell’alto lago, le pittoresche strutture delle limonaie,
agrumeti costruiti sul fianco delle montagne, che hanno fatto cantare a
Goethe il lago di Garda come “il paese in cui fioriscono i limoni”.
Nella Pianura bresciana ci attendono castelli e ville fortificate lungo il
corso dell’Oglio, in Valsabbia le tradizioni di un carnevale fantastico,
quello di Bagolino, in Valtrompia un nuovissimo Parco Minerario inserito
in una suggestiva strada del ferro, in Valcamonica il leggendario mondo
dei Camuni, con le loro incisioni rupestri inserite dall’Unesco fra i
grandi patrimoni dell’umanità. Ma quel che conta è essere curiosi,
proprio come i grandi viaggiatori d’un tempo. Loro conoscevano bene un
segreto: che, da sempre, la gente bresciana e questa terra sanno ripagare
bene anche la più piccola
delle attenzioni.
LE
MILLE TRADIZIONI D'UN TEMPO
Da sempre
i bresciani amano divertirsi: sin dal Medioevo
inventano corse di cavalli, gare podistiche, palii cavallereschi.
Ne scrive lo storico per eccellenza
della città, monsignor Luigi Fè d'Ostiani, nel suo libro "Brescia nel
1796, ultimo della veneta Signoria", tradizioni per lo più legate al
Carnevale. Nel Quattrocento c'è una
caratteristica corsa delle donne che parte dalla torre della Pallata e
via a perdifiato verso il traguardo a porta Bruciata; i fanti partono
invece da porta San Giovanni, i cavalieri da molto più lontano, dalla
chiesa di San Giacomo al Mella. Tra le corse, l'ultima descritta è
quella dei barberi, del 1794: i cavalli lasciati liberi di correre,
sciolti e con gli speroni attaccati ad una fascia attorno ai fianchi, si
lanciano tra ali di folla festante, anche ai balconi e alle finestre,
sino a San Nazaro. All'arrivo stanno le autorità e lo spostarsi di una
cordicella, tesa sotto il palco, indica il cavallo vincitore. Il premio?
Un pallio (bracciature di stoffa) e una somma in danaro. Ma si tiene
anche, a Ferragosto, una specie di giostra del Saracino: i cavalieri in
piazza Loggia devono centrare con la lancia, arrivando al galoppo, un
anello appeso a un palo ruotante. E c'è anche lo spettacolo dei tori.
Mancando di un'arena, si chiude con alti steccati una via, e un toro
viene attaccato da sei mastini ringhiosi: fra urla, strepiti della
folla, agitare di stracci colorati e fazzoletti, l'animale corre
all'impazzata, braccato nel recinto. E lo spettacolo diverte ed eccita
al tempo stesso. Il Carnevale si rivela, in perfetto stile veneziano,
una festa di bagordi in cui si spezzano i tabù sessuali. I bresciani
amano andare in maschera, e anche i religiosi, spesso, si adeguano a
questa moda. Grande scandalo scoppia infatti in città nel 1634 quando
un religioso, il curato di Mompiano, viene denunciato per la sua presenza a
feste durante il Carnevale e nel 1682, quando si scopre che le suore del
monastero di Santa Caterina, in maschera, "si pigliavano ogni
libertà di disonesto passatempo". Addirittura nel 1715 il Podestà
ordina la chiusura dei teatri e l'uso delle maschere. C'è di meglio da
fare, tuona il poveretto, inascoltato: per esempio organizzare
processioni per ottenere la grazia divina nella guerra contro i Turchi.
"Ecco giunto il carnevale, la stagione dei bordelli, ecco aperto
l'ospitale ed usciti i pazzerelli", canta invece il popolino,
prendendo a spunto il componimento satirico di Bartolomeo Dotti e
qualcosa, di quel mondo, è rimasto nella tradizione, vivissima, del
Carnevale di Bagolino, in Alta Valsabbia.
Una tradizione tramandatasi per tre secoli, salvatasi anche per l'isolamento
della valle impervia del Caffaro, quando non esistono
strade e scendere in pianura è un'impresa. Tradizioni, tradizioni: a Brescia sono tante. Ci sono, a scorrere il
calendario, molte fiere per le strade, con bancarelle di tutti i tipi.
La più grande è il 15 febbraio: è la fiera di San Faustino e Giovita,
la festa dei patroni della città ( sino ad 800 bancarelle con ambulanti di
tutta Italia da piazzale Battisti per tutta via San Faustino, piazza
Loggia, via X Giornate e piazza della Vittoria: una festa che è
celebrata anche da alcuni comuni della provincia come Bienno, Chiari,
Darfo, Malonno, Ponte San Marco, Quinzano d'Oglio e Sarezzo), poi ecco
gli altri appuntamenti:
il 13 giugno, giorno di Sant'Antonio, c'è la fiera dei fiori nel chiostro
di San Francesco; il 24 giugno c'è la sagra di San Giovanni; il 29
giugno si tiene la fiera di San Pietro in Castello; il 16 luglio si
celebra la festa del Carmine (tre giorni di festeggiamenti); l'8
settembre c'è la fiera della Madonna delle Grazie, ai primi di novembre
la fiera dei morti in via Milano, vicino al cimitero, l'8 dicembre
quella di via Crocifissa di Rosa.
Una delle più belle tradizioni di Brescia è legata ai bambini: i doni
non li porta Babbo Natale o il Bambin Gesù, ma Santa Lucia, nella notte
dal 12 al 13 dicembre. Santa Lucia è cieca (la santa siracusana fu
accecata e poi martirizzata) e si fa guidare dal fido asinello, carico di
doni. I bimbi preparano qualcosa di buono da mangiare sul davanzale
della finestra o sul balcone di casa per attirare l'asinello: più si
ferma, invogliato dal cibo, e più ha tempo Santa Lucia di lasciare
giocattoli e dolciumi. Va da sè che i genitori, impegnati nella notte a
preparare i doni, nascosti per tempo nei luoghi più impensabili della
casa, devono poi anche far vedere che l'asinello ha gradito il cibo.
Facendolo sparire: è un dettaglio importante. La tradizione di Santa Lucia,
patrona di Venezia, è legata al dominio della Serenissima: viva
in tutto il Veneto, è molto sentita a Brescia e in poche altre aree della
Lombardia. Un'altra tradizione, divertente e coinvolgente (si risolve in
una sfida a distanza fra i quartieri cittadini) è il rogo della
Vecchia: un fantoccio ripieno di botti, girandole e fuochi d'artificio a
cascata, da bruciare, fra gli applausi, rappresenta i mali del vivere
quotidiano, mali locali o nazionali. Ma anche, a metà quaresima, segna
la fine dell'inverno o, almeno, del suo massimo rigore. Una festa
pagana, di sana liberazione. Fra le tradizioni si può annoverare anche
la Mille Miglia: il gioco delle auto storiche lanciate in una
spettacolare rievocazione della corsa d'un tempo scatta a maggio. La
data è semplice, legata alla Formula Uno: una settimana prima del Gran
Premio di Montecarlo. Non si chieda il perchè, ma è così: si dice che
i soci del Musical Watch l'abbiano posta tra le condizioni organizzando
la prima Mille Miglia moderna.
Lavorare sodo, ma potersi poi godere un Gran Premio da favola. E quale,
se non quello di Montecarlo?
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