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| Brescia
I luoghi da vedere |
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I Portici
Sono la via del passeggio dei bresciani, un luogo d'incontro per
eccellenza: come per i milanesi darsi appuntamento in Duomo o a San
Babila. Il giro dei portici inizia in piazza Loggia e, scendendo lungo
via X Giornate, continua per tutto il lato nord di corso Zanardelli: un
percorso che, pochi bresciani lo sanno, si snoda sulle mura romane e
sulla prima cinta della cittadella nuova, da porta Bruciata sino al
Dosso (l'attuale via Mazzini). Quando si ampliano le mura, si pensa di
abbellire la città con portici sormontati da semplici abitazioni ad un
piano e molto più tardi, nel 1734, quando i soci dell'Accademia degli
Erranti vogliono dare lustro all'ingresso del loro teatro, si decide di
allineare le abitazioni fino all'altezza del teatro stesso.
Appoggiando contro di esse o contro le mura una doppia fila di portici.
Dalla parte che sta invece tra il teatro e via Mazzini, per fare
altrettanto, si devono attendere altri quarant'anni, fino a quando, nel
1773, il nobile e ricco Sigismondo Arici offre al Comune la somma
necessaria. L'attuale aspetto elegante di corso Zanardelli (in onore del
giurista e uomo politico bresciano Giuseppe Zanardelli, cui si deve la
promulgazione del Codice Penale: più volte ministro, ricopre l'incarico
di presidente del Consiglio dal 1901 sino alla morte, nel 1903) prende
corpo solo a metà del secolo scorso, quando si pone mano alla
sistemazione e all'allineamento delle case tra il vecchio albergo del
Gambero e corso Magenta, dall'andamento oltremodo irregolare. Il Teatro Grande
A metà di corso Zanardelli le tre grandi arcate del massimo teatro
della città interrompono il ritmo regolare dei portici. Il teatro, nato
in forma molto più semplice nel 1634, viene rivisto, un secolo più
tardi, dall'architetto Carlo Manfredi. Nell'elegante sala del Ridotto
gli spettatori si affacciano dalle logge delle gallerie per seguire
concerti di musica da camera, dotte disquisizioni filosofiche, lezioni
di morale. L'Accademia degli Erranti si riunisce qui sino al 1797, poi
si scioglie all'arrivo di Napoleone. Già nel 1789 l'architetto Gaspare
Turbini ha disegnato la facciata con le colonne su corso Zanardelli e
la monumentale scalinata d'accesso. La grande sala a cinque ordini di
palchi, opera dell'architetto milanese Luigi Canonica (1806), viene
decorata dal pittore Giuseppe Teosa in perfetto stile neoclassico, ma
tutto questo gran lavoro va perduto nel 1860, per introdurre la nuova
illuminazione a gas. Un particolare interessante: durante le Dieci
Giornate del 1849, quando la città insorge contro gli austriaci, nel
Teatro Grande trova sede il Comitato di Pubblica Difesa. Cioè il governo
rivoluzionario. Corso Palestro
L'inizio della via, sul lato ovest di corso Zanardelli, un tempo si
chiama corso del Gambero: solo una casa, quasi sull'angolo con via
Gramsci, restaurata di recente (al numero 14, casa natale nel 1807 di
Federico Odorici, uomo di cultura e senatore), può dare oggi una
pallida idea del gioiello d'un tempo. Perchè tutta la via un tempo è
un affresco, di una bellezza incredibile. Nientemeno che il Romanino, a
metà del Cinquecento, ottiene dal comune l'incarico di abbellire tutte
le case, costruite sulla spianata ottenuta dall'atterramento delle mura
viscontee. E proprio in quegli anni Lattanzio Gambara ha lasciato la
bottega di Campi a Cremona e, tornato a Brescia, si è messo a scuola
dal Romanino. Frequentando la sua casa, si innamora della figlia
Margherita e la sposa: riceve in dote solo un buon lavoro, l'incarico di
dipingere le facciate delle case del Gambero. E si impegna con passione,
ispirandosi a storie della Bibbia, a episodi della classicità
greco-romana: dipinge le pareti con 48 grandi scene di cui restano
ormai solo alcune tracce. Un vero peccato. Ma perchè queste case sono
dette del Gambero? Un
antico albergo cittadino, rimasto in attività fino ai moderni anni del
boom economico, porta infatti questo nome: l'albergo del Gambero
probabilmente si chiama così per un'insegna che ha finito per dare
anche il nome alla via. In origine il palazzo appartiene ai frati
Umiliati di Gambara (il gambero è il simbolo del paese) che aprono qui
un ospizio "de' viandanti et de' pellegrini". Un episodio
curioso? Nel 1539 vive a Brescia il conte Giorgio Martinengo. Ha
combattuto in Francia nell'esercito di Francesco I ed è noto come il
"superbo italiano". Un giorno la duchessa Isabella di Mantova
decide di venire a Brescia per una breve vacanza, ma, non volendo recar
torto a nessuno dei tanti nobili che fanno a gara per ospitarla, sceglie
di alloggiare in una locanda. La migliore della città. Il conte
Martinengo allora ha un'idea: sgancia una borsa di danaro al locandiere, "affitta" per qualche giorno l'insegna del Gambero e la fa
appendere al portone del suo palazzo. Poi manda un ufficiale
incontro alla Duchessa per scortarla "all'albergo prescelto da sua
Grazia...". Cioè a casa sua.
Sempre al Gambero alloggia Silvio Pellico, di ritorno dalla terribile
prigionia nello Spielberg, il 7 settembre 1830. E quando il cameriere
(come racconterà il Pellico nel libro Le mie prigioni) scopre che quel
cliente è l'autore della Francesca da Rimini che si sta dando in
musica, tanta è la sua emozione "...ch'ei non sapea più altro che
pormi gli occhi addosso, fregarsi le mani e dire a tutti senza proposito
sior sì, sior sì...". Piazza della Vittoria Progettata dall'architetto Marcello Piacentini e inaugurata nel 1932, è uno dei primi esperimenti italiani in fatto di piazze monumentali moderne, la realizzazione della prima parte di un rivoluzionario "piano regolatore di risanamento della città". Che, per fortuna, si è arrestato quasi subito. Il centro di Brescia doveva essere in pratica riposizionato e, sventrando edifici e quartieri storici, essere collegato con grandi arterie alla periferia. Via Gramsci avrebbe dovuto arrivare fino alla stazione, in vista di un arrivo del Duce che, in visita veloce alla città, avrebbe poi parlato dall'arengo (in marmo rosso, sul lato est) alla folla convenuta. Certo la piazza ha preso il posto di edifici cadenti, di un intrico di vicoletti, ma ha colpito al cuore la vecchia città. A est del palazzo delle Poste, tra il Quadriportico dei Mercanti e il Monte Nuovo di Pietà già in età romana si erge infatti l'horreum, una costruzione imponente che serve da magazzino delle granaglie. Che qui rimane fino al 1820 quando, in piazza Arnaldo, viene costruito il nuovo, neoclassico Granarolo. Ma com'è un tempo la città dove ora si apre invece piazza della Vittoria? Sin dal medioevo da porta Bruciata fino a piazza Vittoria si innalza la Curia Ducis, l'antica dimora dei duchi longobardi: viene ricordata in una donazione di due mulini fatta da re Desiderio alle monache di San Salvatore, nonchè in parecchi documenti del XII e XIII secolo in cui Sant'Agata e Sant'Ambrogio, due antiche contrade, sono chiamate curte ducis. Più a sud è invece il Serraglio, una zona fortificata attorno ai due corsi d'acqua, il Celato che scende da via X Giornate, la via dei Portici, e il Garza (dal germanico gart, guardia, luogo difeso) che traversa Sant'Agata, l'attuale piazza della Vittoria fino alla Banca Commerciale. Solo casupole di legno e paglia nel medioevo, fuori dalla prima cerchia di mura, ma gli scavi per la costruzione degli edifici di piazza della Vittoria e poi per il parcheggio sotterraneo hanno portato alla luce reperti romani, frammenti di archi e di colonne, epigrafi. La più interessante è dedicata a Lucio Valerio Catullo, forse parente del grande poeta latino, cui è dedicata la famosa villa romana di Sirmione del Garda. Da Piazza Vittoria ogni anno, a maggio, prende il via la spettacolare Mille Miglia, la rievocazione storica della "più bella corsa del mondo" riservata ad auto sportive da grande collezione, quelle che presero parte alla gara negli anni dal 1927 al 1957. Il Musical Watch Veteran Car Club, ricreando perfettamente la scenografia dell'epoca, tiene qui il vecchio rito della punzonatura dei veicoli (che ora si riduce alla consegna dei numeri e del materiale di gara, road book e numeri da incollare su cofano e fiancate) in una cornice di folla entusiasta. Poi, ed è sempre un giovedì sera, la partenza della corsa: da Brescia a Roma e ritorno in tre tappe, mille miglia, cioè 1628 km che, a bordo di autostoriche e lungo le stradine tortuose dell'Italia centrale, su e giù per i tornanti degli Appennini, rappresentano pur sempre una bella impresa.
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