Brescia nella storia - Il Medioevo
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Il Medioevo

Al disgregarsi del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, travolta nella grande contesa per il dominio dell'Italia tra Guido, duca di Spoleto, e Berengario, marchese del Friuli, Brescia parteggia per quest'ultimo. Sono anni bui, difficili, di immensa confusione. La grande svolta è la nascita del Comune di Brescia, nel 1090. Di fede guelfa, chiuso fra le città ghibelline di Bergamo e Cremona, vive guerre e continue scaramucce di confine. La tregua, se così si può dire, è data solo da un pericolo più grande e comune, la calata sull'Italia di Federico I imperatore. I Comuni si armano ma, dopo che Milano, in preda alla carestia, viene occupata e rasa al suolo, Brescia fa atto di obbedienza. Riceve il podestà imperiale ed accetta condizioni di resa gravissime, con l'abbattimento delle mura e delle torri (1162). Ma solo cinque anni dopo rialza fieramente la testa e si allea segretamente con Bergamo, Mantova e Cremona. Alla Lega si unisce anche Milano e, a Pontida, undici città si preparano allo scontro inevitabile. Il 29 maggio 1176 a Legnano è grande battaglia. Federico Barbarossa è sconfitto, ma i Comuni, smaltita la grande euforia per la vittoria, si ritrovano dopo dieci anni a lottare di nuovo contro l'imperatore: quando Federico II scende in Italia, accolto da Ezzelino da Romano e dai ghibellini, sulla linea dell'Oglio trova già schierate le città guelfe della Lega. A Cortenuova, tra l'Oglio e il Serio, l'imperatore però sbaraglia il campo. Il Carroccio dei milanesi, distrutto, è mandato come trionfo a Roma, Brescia è cinta d'assedio. La città resiste per 66 giorni, gli imperiali legano persino sulle torri mobili i prigionieri, come scudi umani, ma l'espediente feroce non serve a nulla. I prigionieri gridano agli assediati di non curarsi di loro, Ardizzone Poncarali  uccide suo figlio, invitando i bresciani a non cascare nel tranello. E' un prezzo da pagare, il prezzo della libertà. L'imperatore è costretto a togliere l'assedio. Ma la città, poco dopo, cade sotto il giogo di due signorie sanguinarie, quella di Ezzelino (che muore, ferito in battaglia a Cassano d'Adda) e Oberto Pallavicini. I guelfi riprendono il comando della città e la consegnano a Carlo d'Angiò, chiedendo solo pace in cambio. Durerà pochi anni. Stavolta, in una tragica altalena, è la parte ghibellina a prendere il potere e, quando cala in Italia Arrigo VII, i guelfi riprendono le armi. E' il 1311 e Arrigo VII assedia la città. Per quattro mesi i bresciani resistono, con atti supremi di eroismo, poi devono arrendersi. La leggenda dice che, dopo aver giurato di tagliare il naso a tutti i difensori bresciani, l'imperatore si accontenti di mozzare quello di una statua-simbolo della città, il Mostassù delle Cossere, all'incrocio della contrada con corso Goffredo Mameli. Inizia un nuovo periodo di confusione e di lotte civili, fra bande. E la città passa di mano in mano. Finisce sotto Roberto di Napoli (1319), Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII (1330), Mastino della Scala (1332), Azzone Visconti ( 1339). Brescia a questo punto entra a far parte del ducato di Milano. I Visconti (Giovanni, Luchino, Bernabò e Gian Galeazzo) regnano fino al 1402, trasformando la città, zona militare di confine, in una fortezza inespugnabile. Alla morte di Gian Galeazzo riesplodono però gli odi fra guelfi e ghibellini. Questi ultimi, fuorusciti, si accordano con la vedova di Gian Galeazzo, Caterina Visconti, reggente del ducato. E Caterina manda a Brescia uno dei suoi capitani, il giovane e ambizioso Pandolfo Malatesta. Questi, occupata militarmente la città, si accorda coi guelfi e, dichiarando di essere creditore di ingenti somme di danaro dalla duchessa Caterina, chiede e ottiene come pagamento la signoria di Brescia. Per 17 anni Brescia vive così, come fosse la capitale di un minuscolo stato indipendente, poi le cose iniziano a girare male. Nel 1421 Francesco Bussone detto il Carmagnola, comandante delle milizie viscontee, sconfigge il Malatesta e riporta Brescia nell'orbita milanese. Signore della città diventa così Filippo Maria Visconti, e regna col pugno di ferro. I bresciani guelfi si ribellano, cingono d'assedio i ghibellini, asserragliatisi nel Castello, e chiedono aiuto a Venezia. I ghibellini fanno altrettanto, ma si rivolgono a Milano. Ed ecco che, da Venezia, arriva il Carmagnola: da un anno ha cambiato bandiera e padrone... Francesco Sforza con gli aiuti riesce a penetrare in città e, dal Castello, si difende come un leone. L'assedio è terribile, asfissiante, e lo Sforza cerca invano di romperlo: il Carmagnola taglia tutti i rifornimenti, ricaccia indietro le milizie di soccorso alla città. E poi nel 1427 sconfigge Filippo Maria Visconti in campo aperto, a Maclodio, nella Bassa. Brescia è dominio veneto e il Carmagnola ne riceve cittadinanza, titoli e onori. Ma non vivrà a lungo: i sospetti di tradimento, generati dal suo comportamento temporeggiatore, gli costeranno la vita (1432). Entrata nell'orbita della Serenissima, Brescia vi rimarrà per quasi quattro secoli, sino all'arrivo di Napoleone. E' un lungo periodo felice, anche per le arti e la cultura. Certo Brescia paga, in alcuni momenti, la sua posizione di estremo baluardo difensivo, sempre in mezzo alle lotte con i signori di Milano e ai grandi giochi di potere, incomprensibili per il popolo, delle alleanze europee. Ecco gli episodi che contano. Nel 1437, rimasta isolata nella nuova guerra fra Milano e Venezia, Brescia è presa di mira dalle truppe di Niccolò Piccinino. Questi, con abile mossa, ricaccia le truppe venete guidate da Gianfrancesco Gonzaga e poi da Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, sin nei territori del vescovo di Trento. E, nell'estate del 1438, pone l'assedio alla città. Ottanta bombarde prendono a battere le mura difese da mille fanti e dai seicento cavalieri detti gli immortali (audaci che, se cadevano, venivano immediatamente rimpiazzati, così da essere sempre in quattrocento sulle mura e mettere paura al nemico), ma Brescia resiste a tutti gli assalti dei 15mila soldati del Piccinino. Si lotta corpo a corpo su mura sbrindellate, ridotte a macerie fumanti. E fioriscono le leggende. A respingere i proiettili sugli assedianti appaiono, accanto agli stremati bresciani, anche i santi Faustino e Giovita. Non resta che prendere la città per fame, pensa il Piccinino, chiudendo in una ferrea morsa ogni via d'accesso. Senza viveri, senza legna nell'inverno più rigido a memoria d'uomo, nonostante la peste dimezzi in pochi mesi la popolazione, Brescia non cede. E per sollevare le sorti dell'eroica città Venezia tenta l'impossibile. A ripensarci adesso vengono i brividi, torna alla mente la follia di Fitzcarraldo che, per portare la musica fra gli indios dell'Amazzonia, fa superare la foresta e le montagne a un battello a pale. Un film famoso, con Klaus Kinski... Ma fecero anche di peggio, proprio sul Garda, le truppe veneziane nel 1440. Per conquistare Riva alleata ai Visconti (e aprirsi una via d'acqua tranquilla verso la sponda bresciana) il doge Contarini ordina di risalire l'Adige a sei galee e a venticinque barconi da guerra attraverso il passo di S.Giovanni (tirate a forza da qualche centinaio di soldati e duemila buoi): che arrivino a sorpresa, sul lago, a Torbole. Niccolò Piccinino detto Braccio di Ferro, battuto dai veneziani, si rifugia nel vicino castello di Tuenno e le truppe del Gattamelata, inseguendolo da Riva, non gli danno tregua. Ma il Piccinino (piccinino non solo di nome) riesce a salvarsi, attraversando nientemeno che il campo nemico, chiuso in un sacco portato a spalle da un robustissimo servitore...

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