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Le origini
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Il
Rinascimento
E' solo nel giugno 1440 che Brescia torna libera, quando Francesco Sforza
riesce a infliggere ai milanesi una sonora sconfitta a Soncino. Venezia
premierà, commossa, il coraggio della città: tutte le terre della
provincia e della valle Camonica vengono poste sotto la sua giurisdizione e
da allora, nello stemma, appare la scritta Brixia Fidelis. Il doge di
Venezia in persona abbraccia, in lacrime, i gentiluomini bresciani.
Francesco
Sforza, alla morte di Filippo Maria Visconti, di cui ha sposato la figlia,
abbandona il comando dell'esercito veneto. Torna a Milano e ne diventa il
duca. E, di nuovo, riesplode la guerra con Venezia. Solo il timore di
un'invasione dei turchi, in seguito alla caduta di Costantinopoli, induce i
contendenti a riflettere, a non indebolirsi ulteriormente e siglare una
pace, quella di Lodi. Un altro momento difficile per la città di Brescia
è nel 1508. Papa Giulio II, preoccupato per il crescere della potenza
veneta, promuove contro la Serenissima la lega di Cambrai. Vi aderiscono
fra gli altri Massimiliano d'Austria, Ferdinando II di Spagna e Luigi XII
di Francia, nelle cui mani è nel frattempo caduto il ducato di Milano,
rivendicato come eredità dei Visconti. La battaglia si svolge ad Agnadello
(ed è detta della Ghiara d'Adda, la riva sinistra del fiume) e l'esercito
veneto, tra le cui fila combattono settemila bresciani, ne esce clamorosamente
sconfitto. Il 23 maggio Luigi XII a cavallo, tutto vestito di bianco, sotto
un sontuoso baldacchino di panno azzurro coi gigli di Francia, entra in
Brescia con tutti gli onori. Per molti è un liberatore. Ma già nel 1512,
dopo un primo tentativo di insurrezione, scoppia una grande rivolta. E
Gastone di Foix, impegnato nell'assedio di Bologna, a marce forzate
accorre a Brescia con un esercito di 20mila uomini. Riesce a salire in
Castello con buona parte delle truppe, penetrando dalla porta del Soccorso,
la galleria nella roccia, sul lato nord della fortezza. All'alba,
terribile, il segnale dell'attacco. E del massacro. Il sacco di Brescia è
di una crudeltà senza pari. I soldati francesi, i mercenari svizzeri e
tedeschi, uniti alla canaglia cittadina, rubano, incendiano, uccidono e
violentano. Non si salva niente e nessuno. I morti si contano a migliaia.
Forse diecimila, tanto che non si sa nemmeno dove seppellirli. I
congiurati, incatenati, sono passati per le armi, e Luigi Avogadro, il capo
della rivolta, viene decapitato insieme ai suoi due figli con i corpi,
squarciati, appesi alle forche. Ma tanto in basso che i cani possano
farne scempio. Gastone di Foix e gli ufficiali francesi, maledetti dai
bresciani, trovano la morte pochi giorni dopo sotto le mura di Ravenna...
E mentre i veneziani puntano a riprendersi Brescia, per i francesi il momento
è difficile. La lega di Cambrai, sciolta dal Papa, ha lasciato il posto alla
Lega Santa e stavolta Giulio II, in compagnia di Venezia, Spagna e
Svizzera, ha deciso di liberare l'Italia dallo straniero. Cioè, praticamente
dai francesi. Ma quando sembra proprio che Brescia possa ritornare sotto
le ali di Venezia, il gioco delle alleanze muta l'intero quadro politico.
I francesi si accordano per consegnare Brescia agli spagnoli che,
in attesa di una pace messa nero su bianco, la occupano. Ma Brescia è
troppo importante per Venezia, per il suo sistema difensivo sulla
terraferma. E allora la città di San Marco si allea con i francesi: la
battaglia di Melegnano, nel Milanese, (detta anche dei giganti, per tutte
le teste coronate che vi prendono parte) è decisiva. E grazie all'aiuto di
Venezia i francesi riconquistano il ducato di Milano. Così, per ricambiare
il favore, francesi e veneziani marciano subito, fianco a fianco, alla
riconquista di Brescia. L'assedio dura sei mesi e poi gli spagnoli, sotto
la guida del fiero governatore Icardo, accettano finalmente la resa,
lasciando Brescia con l'onore delle armi. Venezia provvede subito a
rinnovare tutte le difese della città: il Castello viene circondato da una
seconda cinta di mura e viene scavata nella roccia la grande trincea (che
oggi è la strada della Pusterla, l'inizio di via Turati) per separare il
colle Cidneo dai vicini Ronchi. E ora che la città si trasforma in un
baluardo imprendibile, le guerre si combattono lontano, nella pianura.
A seminare dolore e distruzione è il passaggio obbligato, attraverso la Bassa
e attorno al Garda delle truppe straniere che si spostano da un campo di
battaglia all'altro. Transitano così (facendo man bassa di quanto incontrano
sul cammino) gli svizzeri del cardinale di Sion, i francesi del visconte di
Lautrech, le truppe tedesche del duca di Brunswich, i lanzichenecchi di
Giorgio di Frundsberg: sono ondate tremende, di 15-20mila pendagli da forca
ogni volta, veri flagelli che si abbattono sulla provincia, gettandola
nella disperazione. E, lentamente, anche la decadenza di Venezia comincia a
farsi sentire. A volte la Serenissima deve assistere impotente alle
invasioni delle sue terre di confine e alle prepotenze di francesi e
austriaci. Deplora, condanna, ma non interviene. Dal 1701 al 1707 è così,
con le ostilità tra le maggiori potenze inaspritesi dal problema di
successione spagnola. E cresce sempre più, con la diffusione dei princìpi
di uguaglianza e di libertà, la voglia di affrancarsi da Venezia, chiusa
in un isolamento (non più splendido) dal mondo, dai fermenti culturali,
dal fatale cammino della storia. Il 1796 è la grande scintilla, con la
vittoriosa campagna d'Italia del giovane Napoleone Bonaparte. E sull'onda
della Rivoluzione Francese che resiste agli attacchi del mondo intero, gli
eventi precipitano. Nella notte del 17 marzo 1797, giurando di "vivere
liberi o morire", trentanove congiurati si riuniscono in palazzo
Poncarali (in corso Magenta 56, l'attuale sede del Liceo Arnaldo) e
preparano l'insurrezione armata. La guarnigione veneta se ne resta chiusa
nelle caserme e alla sera la bandiera tricolore (tre pezze color bianco,
rosso e verde acquistate, per non dare nell'occhio, in tre botteghe
diverse) sventola sulla città, dall'alto del Broletto. In provincia
cacciare le milizie venete è faccenda più ardua, soprattutto sul Garda,
dove devono intervenire i soldati francesi. Per otto lunghi mesi Brescia
vive una sua piccola repubblica indipendente, con tanto di bolli, timbri,
monete e un minuscolo esercito, la guardia nazionale bresciana. Poi,
nell'ottobre 1797, il trattato di Campoformio fra Austria e Francia cede
Venezia agli Asburgo, ma ingloba Brescia nella nuova Repubblica Cisalpina.
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