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| BRESCIA
NELLA STORIA | |||
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L'Ottocento Con la ripresa della guerra, nel 1799, la Francia viene sconfitta e deve cedere temporaneamente Brescia e la Lombardia all'Austria, ma, l'anno dopo, Napoleone ritorna alla testa di una grande armata. C'è anche una legione italica e, sotto il comando del generale bresciano Giuseppe Lechi, combatte il fior fiore dei patrioti della penisola. Il 10 giugno i francesi entrano trionfalmente in Brescia e rinasce la Repubblica Cisalpina che, nel 1805 (quando Napoleone, imperatore dei francesi, cinge a Milano la corona ferrea dei re d'Italia) si trasforma in Regno d'Italia. Al crollo dell'impero napoleonico (1815) l'Austria si riprende Brescia e il suo territorio e il Congresso di Vienna, fra le potenze vincitrici, ripristina lo status quo, la situazione politica a prima di Napoleone. Senza tener conto del fatto che le idee di libertà e di uguaglianza della rivoluzione francese hanno ormai cambiato il mondo. E nel nascente movimento carbonaro, il partito rivoluzionario clandestino, Brescia è con Milano uno dei centri più attivi. I moti rivoluzionari si accendono e si spengono, nel sangue, in varie zone d'Italia, ma al Nord la grande illusione è nel marzo 1849. Anzi per anticipare l'arrivo, dato per certo, dei piemontesi (non sarà purtroppo così: Carlo Alberto a Novara sarà sconfitto: "I Savoia scelgono la via dell'esilio, non del disonore", ribatterà il re torinese, rifiutando un armistizio troppo pesante per lo Stato sabaudo) Brescia insorge contro gli austriaci. Per dieci giorni interminabili e drammatici i bresciani, proprio come hanno fatto i milanesi l'anno prima con le Cinque Giornate, tengono testa all'esercito austriaco del capitano Loeschke, asserragliato dentro le mura del Castello. E subito dalle fortezze del Quadrilatero (Mantova, Peschiera,Verona e Legnago) arrivano i rinforzi, al comando del generale Nugent, con tanto di artiglieria. Ma è impossibile piegare la resistenza degli insorti. Ci pensa allora il vecchio generale Haynau, salendo di notte con le sue truppe, come più di tre secoli prima Gastone di Foix, attraverso la porta del Soccorso sino in Castello: ricorre poi ad ogni mezzo per aver ragione della banda di Tito Speri e compagni. Con un attacco contemporaneo a tutte le porte della città, con gli incendi, con le più grandi efferatezze. Ordina di distruggere ogni cosa, di massacrare all'arma bianca anche donne e bambini, gettando i pezzi dei cadaveri contro le barricate, trasformando con della pece i prigionieri, in mezzo alle strade, in torce umane. I bresciani non mollano, con le lacrime agli occhi. Carlo Zima, cosparso di acqua ragia, nel momento in cui i soldati austriaci gli appiccano il fuoco, ne afferra uno e lo porta con sè, avvinghiato, sin nell'aldilà. Haynau ha un tremito nel vedere tanto coraggio ed esclama: "Avessi trentamila bresciani, in due giorni conquisterei Parigi!". Ma schiacciati dall'artiglieria austriaca gli insorti devono arrendersi. Da quelle gloriose Dieci Giornate Brescia diventa la Leonessa d'Italia (un titolo attribuitole dai poeti Aleardo Aleardi e Giosuè Carducci) mentre il crudele Haynau viene bollato d'infamia col marchio di "jena di Brescia". I patrioti che non riescono a fuggire (chi lascia la città verrà poi amnistiato nell'agosto 1849 dal generale Radetzky) sono fucilati nel fossato di sinistra, all'ingresso del Castello. Tito Speri, l'eroe delle Dieci Giornate sale sul patibolo nel 1853, sugli spalti di Belfiore a Mantova. Insieme a lui altri "martiri", patrioti col sogno di un'Italia libera, un'Italia degli italiani nel cuore. "Io non vado alla forca", scrive Tito Speri all'amico Alberto Cavalletto poche ore prima dell'esecuzione,"ma alle nozze: è l'anima che ti parla, o Alberto, quell'anima che domani pregherà per te, per mia madre, e per tutti, come spero, al fianco di Dio". Non solo gli austriaci negano a Tito Speri la sepoltura in terra consacrata, ma alla madre fanno avere il conto dettagliato delle spese sostenute per l'impiccagione... Brescia ritorna alla ribalta mondiale con la seconda guerra d'indipendenza (1859). Grazie all'abilità diplomatica di Cavour, il piccolo regno piemontese non solo è riuscito a ottenere l'attenzione e il compiacimento delle potenze europee (per aver inviato un glorioso corpo di bersaglieri, al comando del generale Lamarmora, alla guerra di Crimea), ma si è meritato l'appoggio e la simpatia di Napoleone III. E un'alleanza, in caso di aggressione austriaca. Ben presto, nel 1859, i francesi accorrono in aiuto del piccolo coraggioso stato sabaudo: sconfitti a Montebello, a Palestro e a Magenta, gli austriaci ripiegano verso le roccaforti del Quadrilatero. Lasciano in fretta anche Brescia, che accoglie in festa Giuseppe Garibaldi coi suoi Cacciatori delle Alpi: appena fuori dalla città i garibaldini, tra Rezzato, Treponti e Castenedolo, combattono furiosamente. Gli austriaci sono di molto superiori, ma devono arretrare. All'alba del 24 giugno l'esercito austro-ungarico, forte di circa 160mila uomini, si scontra con quello degli alleati. Più che di una battaglia bisogna parlare di varie battaglie contemporanee, di cui è impossibile, per tutta la giornata, avere una visione d'insieme. Una cosa è certa: il grosso del combattimento per i francesi è a Solferino, per i piemontesi sulle alture di San Martino. La battaglia è violenta, sanguinosa come non mai. E l'Impero austro-ungarico lascia sul terreno, fra morti e feriti, circa tredicimila soldati, oltre novemila sono i prigionieri. Anche tra i francesi le perdite sono notevoli: circa dodicimila uomini, cui si devono aggiungere almeno seimila piemontesi. Un massacro. A rendere ancor più disastrosa la situazione sanitaria è la mancanza di servizi medici adeguati, di cure, di carri per il trasporto negli ospedali. E' la popolazione a ospitare nelle proprie case i feriti, c'è gente che parte sin da Brescia con carri pieni di medicinali e di viveri: un miracolo di patriottica solidarietà. Ma il ricordo di tanto orrore e di tanta impreparazione sanitaria da parte degli eserciti ispirerà allo svizzero Henry Dunant la fondazione di una speciale organizzazione internazionale, la Croce Rossa (1864). Napoleone III, forse pago di una vittoria ottenuta a così caro prezzo, ma sicuramente preoccupato delle ripercussioni in patria per una guerra tanto impopolare, firma la pace a Villafranca. Per i piemontesi, che puntano a liberare Venezia, quel gesto ha il sapore di un tradimento, anche se il trattato di pace segna la cessione da parte degli Asburgo di tutta la Lombardia. E Brescia passa sotto il regno sabaudo. La spedizione dei Mille (con ben 77 bresciani pronti ad accorrere al richiamo di Garibaldi) e poi le annessioni plebiscitarie di città e intere regioni daranno presto il via al Regno d'Italia. Fondendo la storia di Brescia con la storia della nuova Nazione. Copyright
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