Bresciastory - I luoghi della Valcamonica 1

VALTROMPIA

I luoghi chiave

Concesio

In latino è concesia (siepe, selva cedua) o concaesa (terra disboscata) e, al tempo dei romani, a comandare è la gens Roscia. Di quel tempo è stato ritrovato un monumento dedicato a Giove, a protezione dei terreni, e un acquedotto, costruito sotto Augusto, che porta a Brescia l’acqua della Valle Gobbia. Nel Medioevo le proprietà dei Rosci finiscono al vescovo di Brescia,  ad amministrare i beni sono chiamati gli Avogadro (avvocati) e i Confalonieri (capitani): da questa grande famiglia ultima sarebbero derivati, oltre ai Nassino, i Da Concesio, consoli del comune di Brescia, presenti in episodi importanti della vita cittadina, con le armi in pugno o in funzione di diplomatici. Un Rodolfo da Concesio risulta nel 1183 tra i firmatari della pace di Costanza con il Barbarossa. A Concesio vengono allevati dei cani, per difendere gli abitati dai lupi che popolano i boschi. Li ricorda un modo di dire: “Se Dio vuole, Dio e i cani di Concesio, arriverò sano a Brescia”. Il paese fa parte della quadra di Nave e questo ne ostacola il legame con la Val Trompia. Nel 1438 Concesio viene occupato dalle truppe viscontee del Piccinino che, come prima mossa dell’assedio di Brescia, devia a monte della città il corso dei fiumi, per togliere l'acqua agli assediati e svuotare i fossati delle mura.  Concesio è famoso per aver dato i natali a Papa Paolo VI (Giovan Battista Montini, pontefice dal 1963 al 1978) oltre che a Giuseppe Zola (1739-1806), bibliotecario alla Queriniana e  portabandiera del giansenismo italiano. Il Risorgimento vide tra i suoi protagonisti Girolamo Sangervasio, la cui casa fu punto di riferimento dei patrioti; tra essi l'Aleardi e Lodovico Montini, che nel 1848 coi suoi contadini partecipò all’insurrezione ai confini dei Tirolo e nel 1849 è col Sangervasio sulle barricate delle Dieci Giornate. Tra i Mille c’è anche un concesiano, Luigi Rizzardi (1835-1892). Sorge a Concesio la prima fabbrica di tessuti in cotone dei Bresciano, fondata nel 1859 da Giovanni Battista Brusaferri e diventata poi “Luigi Rossi e C.”. Nel 1885 viene fondata la Società operaia cattolica, poi la Banca di Sant’Antonino (confluita nel 1938 nella Banca San Paolo di Brescia). 

Sarezzo

Il nome del paese deriva da sarezz (selce) oppure da sares (granito) e punte di lancia sono rinvenute in una grotta, il “Bus dei Tof”a Noboli. Qui i romani lasciano, oltre ad alcune epigrafi, il ponte sul Mella a Noboli, e l’acquedotto per Brescia proveniente dalla Val Gobbia. L'antico nucleo sarebbe stato Zanano, che compare in un’iscrizione come "Gennanates". Probabilmente a Ponte Zanano sorge il castello di Testaforte, citato in due pergamene bovegnesi nel 1326-27, che viene utilizzato anche - come ricorderà secoli più tardi Giovanni da Lezze - come presidio contro gli attacchi ghibellini provenienti dal vicino valico di Polaveno. A Zanano il castello sorge dov’è ora palazzo Avogadro, la costruzione ne ingloba una torre. Fino al ‘400 gli Avogadro sono assegnatari di feudi, probabilmente vescovili, nella zona. Nel ‘300-400 si consolida la comunità di Sarezzo, accusata nel 1483-84 di usurpare i pascoli, di proprietà del comune di Brescia, sul monte Palosso. Nel ‘500 sono attivi un forno fusorio a Ponte Zanano e un altro all'imbocco della Val Gobbia, oltre a numerose fucine. La materia prima arriva dalle miniere dell’alta valle e la produzione consiste soprattutto in armi e proiettili, il cui commercio è strettamente controllato dalla Serenissima. Nel Catastico del Lezze (1610) sono ricordati il forno fusorio di Ponte Zanano e otto grandi fucine per la lavorazione dei ferro, si annota la presenza dei nobili Avogadro e delle potenti famiglie dei Bailo e dei Perotti e del resto Comino Bailo (1609-74) avvia una fonderia di cannoni che funziona per tutto il ‘700. La peste dei 1630 miete numerose vittime soprattutto a Zanano: in un solo mese muoiono 125 abitanti su 280. Durante il periodo napoleonico i Bailo offrono, senza successo, la fabbrica allo Stato; quando arrivano gli austriaci non la riattivano. Ottavio Bailo, allora sindaco, si schiera coi repubblicani; la famiglia perde in quel periodo il diritto (a suo tempo riconosciuto dalla Serenissima) di tenere davanti al portone quattro cannoni. Glieli sequestrano i francesi…

Lumezzane

Il nome viene dal latino medius, a indicare la posizione geografica centrale, di vero baricentro della valle. Sono gli etruschi a introdurre in Val Gobbia l'arte di lavorare il ferro proveniente dalle miniere di Bovegno e Collio. A Pieve sta il presidio della XXI legione, la Rapax, che vigila sulle vie di comunicazione, e restano tratti dell'acquedotto costruito da Augusto e da Tiberio, che da Pregno e da Lumezzane recava l'acqua a Brescia. la cristianizzazione avvenne forse ad opera dei vescovo Apollonio (prima metà dei sec. IV). La pieve rurale sorge verso l'anno Mille. Lumezzane gravita su Brescia, con la quale si schiera alla fine del sec. XI alla nascita dei comune, per sostenere il vescovo Arimanno contro i valvassorí che non ne riconoscono il governo. Nel sec. XII l'eremita san Costanzo fonda sul monte Conche una comunità femminile che produceva formaggi e lana e viene assorbita nel secolo successivo dagli Umiliati. La nascita dei comune avviene tra il 1100 e il 1200; mentre in Val Trompia fioriscono le armerie, le officine dì Lumezzane producono per lo più lamiere, chioderie, attrezzi agricoli e padelle. Gli Avogadro, il cui capostipite è Ottone, console di Brescia nel 1187, sono advocati curiae ovvero riscuotere tasse per il vescovo. Nel 1427 la Repubblica Veneta, affermato il proprio dominio sul Bresciano, premia gli alleati Avogadro consentendo loro di permutare il feudo di Polaveno (ottenuto nel 1409 da Pandolfo Malatesta) con quello di Lumezzane, più vantaggioso. Nella rivolta antiviscontea dei 1426, Lumezzane ha fornito il legname per fare ponti volanti e scale necessarie agli assalti. Gli Avogadro hanno la loro base alla Pieve, in una casa-fortezza di cui rimane l'attuale torre Avogadro. Nel 1580 giunge a Lumezzane in visita apostolica san Carlo Borromeo. Nel Catastico del rettore veneto Giovanni da Lezze (1609-10) si ricorda che la giustizia è amministrata a Lumezzane dagli Avogadro, e che la valle è "fertile de tormenti, vini, feni et d'ogni sorte de frutti". Dice il Lezze che a Sant'Apollonio, che conta 1500 abitanti, si fabbricavano annualmente 300 pezze di panni bassi, purgati in quattro-cinque folli. La materia prima proviene in parte da Venezia e in parte dalle greggi locali. A Pieve gli abitanti sono 1500, di cui 600 validi al lavoro. Nella zona si lavora "di ferrarezza" coi ferro proveniente dai forni della Val Trompia e funzionavano sette fucine e altrettante fucinette per la trafilatura dei ferro. Nel '600 anche a Lumezzane si comincia a produrre parti di armi, attività che prosegue nel '700. Antecedente è invece la produzione di canne d'organo: Bartolomeo Antegnati, capostipite della celebra famiglia di organari, viene a Brescia da Lumezzane alla fine del '400: è lui quel Bartolomeo da Lumezzane che nel 1481 è chiamato a riparare gli organi delle due cattedrali cittadine. Nel '700 il sacerdote lumezzanese Cesare Bolognini apre una bottega artigiana che costruisce una settantina di organi per diverse chiese e altri per case private. Nel '600 si stabiliscono a Lumezzane gli Gnutti, originari di Pietrasanta, dapprima orologiai e poi, intorno al 1800, armieri: la loro attività si espande notevolmente all'inizio del '900. Nasce a Lumezzane don Giovanni Battista Bossini (1734-1810), il celebre "beat curadì", che inizia a lavorare al mantice dell'officina paterna, a soli sei anni. Diventato sacerdote nel 1758, dopo aver svolto la sua missione a Lumezzane e a Brozzo si ritira nella chiesa del Patrocinio sui Ronchi di Brescia, compiendo opere di bene. Passa quindi alla parrocchia di San Giorgio, e alla sua soppressione, a San Faustino. Una grande folla segue i suoi funerali e nel Vantiniano è dedicato a lui il monumento con la "Vergine" dello Hayez e la statua dei Seleroni.   

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